MITTICA E LE CENERI DEL MONDO

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"CENERI".
Il titolo parla chiaro: 
quella che si inaugura sabato 13 settembre alle 18  a Pordenone presso la Galleria Harry Bertoia non è una mostra da prender alla leggera.
I soggetti ritratti nelle fotografie di Pierpaolo Mittica raccontano di un mondo triste, sconfitto da un uomo con tendenze autolesioniste. 
Tra inquinamento e radiazioni, Mittica ci porta per mano e ci “costringe” a prendere atto con i nostri occhi della cruda realtà. Quella che non ha appeal, non è cool, e che quindi fatica a trovare un posto nel flusso di immagini che quotidianamente ci investe.
Una realtà che, a differenza della notorietà fugace che può riscontrare nei media, rimarrà a lungo impressa nel nostro ambiente, cicatrici difficili da camuffare e soprattutto guarire. Mittica da molti anni persegue questo obiettivo, girando il mondo alla ricerca di quei luoghi nelle cui vicinanze nessuno di noi vorrebbe vivere.
 
Pierpaolo, ma chi te lo fa fare?
Normalmente a questa domanda rispondo: “Fotografo perché ho la necessità di fotografare”
Nasce tutto da una esigenza interiore, quella di denunciare dei fatti che mi fanno “arrabbiare” che mi colpiscono, che mi sconvolgono e io ho trovato nella fotografia il mezzo più efficace per esprimermi e finché sarò mosso dalla passione e da questa necessità lo farò.
 
Ti definisci “fotografo umanista”.
Sono interessato all’umanità, a quello che è e quello che fa, nel bene e nel male, anche se ultimamente mi interesso di più all’ambiente, in ogni caso influenzato dall’umanità.
Inoltre è riferito anche all’approccio che ho verso le persone che fotografo, cerco sempre di avere il massimo rispetto per loro, nella tradizione umanista della fotografia.
 
Forse i tuoi due lavori più conosciuti (e premiati) riguardano i disastri nucleari di Cernobyl e Fukushima. Che opinione ti sei fatto dell’energia nucleare?
Mi sono occupato dal 2002 con il lavoro di Chernobyl e poi dal 2011 con quello di Fukushima del nucleare, ormai sono 14 anni che affronto il problema studiandolo a fondo.
Per poter spiegare che cosa è il nucleare e cosa c’è dietro il nucleare ci vorrebbe un libro solo per quello, in poche righe purtroppo non è semplice sintetizzare. Brevemente e in maniera molto semplicistica, il nucleare civile è nato alla fine degli anni 40 per produrre plutonio per le testate atomiche e continua ad avere questa funzione oltre ad una importante funzione politico-militare.

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La produzione elettrica a basso costo è un fattore secondario, usato per far accettare alla popolazione l’installazione delle centrali nucleari e i loro altissimi rischi. Il costo della produzione di energia da nucleare, se si considerano i costi di costruzione, gestione, smantellamento dell’impianto a fine utilizzo e gestione delle scorie prodotte per i millenni che dovranno essere gestite fino ad esaurimento della loro radioattività, è dieci volte quello derivante da qualsiasi altra fonte di energia. Il basso costo dell’energia prodotta dal nucleare è dovuto a enormi incentivi statali che i cittadini pagano indirettamente con le tasse.
Oltre all’enorme rischio di incidenti devastanti come Chernobyl e Fukushima che causano oltre al danno sanitario per la popolazione, danni di perdita di territorio per millenni per la contaminazione, e danni materiali economici giganteschi, solo per fare un esempio, l’incidente di Fukushima, secondo le stime del Governo Giapponese, costerà nel tempo allo stato Giapponese, e quindi ai suoi cittadini, circa 500 miliardi di euro. Quindi è una energia costosa, non sicura, non pulita, totalmente inutile se non dal punto di vista di controllo politico e militare.
 
Quali saranno le prossime “puntate” di Living toxic, il tuo ultimo progetto? Come le scegli?
Di puntate ce ne saranno molte, purtroppo per il nostro pianeta, come stati ci saranno sicuramente la Cina, il Canada, La Russia e Fukushima ancora dove dobbiamo completare la parte del documentario, e molte altre.
Per sviluppare questo progetto, che vuole focalizzare la nostra attenzione su come stiamo distruggendo il nostro pianeta e su come sono costrette a vivere le persone coinvolte, ho deciso di scegliere degli “spot” simbolo nel nostro pianeta, che rappresentino l’immensa devastazione che stiamo compiendo a suo danno con l’inquinamento, che sia esso radioattivo, chimico, industriale etc. causato dalle attività umane, non più volte a sopravvivenza ma a sfruttamento e accaparramento di risorse, e come queste stiano devastando il nostro pianeta con i cambiamenti climatici che sono sotto gli occhi di tutti.

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Le difficoltà maggiori per realizzare i tuoi progetti?
Le difficoltà sono molte, prima di partire, dal punto di vista organizzativo riuscire ad arrivare ad aree spesso inaccessibili, trovando i contatti giusti.
Dal punto di vista economico nel riuscire a finanziarmi i viaggi e la realizzazione del progetto, sul “campo” dove si lavora spesso in condizioni estreme e spesso con le autorità “alle calcagna”.
 
Radiazioni, fumi tossici, inquinamento: non hai paura per la tua incolumità?
Sono decisamente consapevole delle conseguenze che possono avere tutte queste sostanze su di me, ma non ho paura perché faccio qualcosa che mi piace, di cui ne ho la necessità. Per cui non ho paura di “morire” di questo, ho più paura di morire magari uscendo di casa con una tegola che mi cade in testa o in un banalissimo incidente stradale.
Purtroppo non conosciamo il nostro destino, non sappiamo come finiremo, ma almeno qualsiasi cosa succeda avrò fatto nella mia vita quello che volevo fare.

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Altri progetti in campo?
Il progetto per il momento che mi accompagnerà per i prossimi anni è 
Living Toxic, è un progetto molto ampio e molto lungo che mi assorbirà, credo, completamente.
 
Sei stato in India, Balcani, Russia, Bangladesh, Giappone per documentare le difficili situazioni ambientali e sociali di quei luoghi. A quando un lavoro sull’Italia, magari sul Nordest?
È prevista anche una puntata di 
Living Toxic in Italia, documentando i luoghi più difficili e inquinati del nostro paese.

Come trovi la sensibilità italiana nei confronti di questo tipo di fotografia, rispetto all’estero?
Diciamo che all’estero c’è più considerazione per la fotografia e per la professione del fotografo, cosa che in Italia manca ancora, soprattutto da chi dovrebbe finanziare i lavori dei fotografi, cioè riviste, giornali, istituzioni etc.

 
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La mostra di Pordenone ha 150 foto e percorre in pratica tutti i tuoi ultimi progetti più importanti. E’ un po’ un bilancio della tua prima fase di fotografo?
Mi è stata data dal comune di Pordenone la grande opportunità di fare una mostra così importante (finalmente a casa mia) per cui ho deciso di presentare i lavori fatti fino ad oggi, può essere un bilancio si, di 15 anni di fotografia, ma lo vedo più come un’occasione per raccontare e raccogliere in una mostra e in un libro quello che ho visto nel mondo.
La mostra simbolicamente si chiude con un progetto appena iniziato, Living Toxic, proprio per introdurre la mia nuova direzione che sarà quella delle tematiche ambientali
 
Sei laureato in Odontoiatria. Pratichi la professione?
Si continuo a praticarla, anche se potrei, al giorno d’oggi non senza difficoltà, vivere di fotografia. È una scelta di vita che ho fatto diversi anni fa che mi ha dato la possibilità di praticare un mestiere, quello di fotoreporter, in totale libertà, potendo scegliere io quello che volevo fotografare e come fotografarlo.
Questo mi ha permesso di realizzare progetti a lungo termine che spesso, per chi lavora nel campo della fotografia, diventa difficile da fare.

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Il tuo lavoro di fotografo ti permette di sostenerti economicamente? In che modi ti sostieni?
Fino a pochi anni fa no, è molto difficile vivere facendo reportage, la maggior parte degli introiti di un fotografo derivano dall’insegnamento (workshop) e dalla vendita dei servizi fotografici, e diventa sempre più difficile viverci per l’enorme concorrenza “sleale” di chi non è professionista e “regala” le fotografie alle testate giornalistiche pur di vedere pubblicato il proprio nome, non sapendo che così ammazza il mercato, la professione di chi ci deve vivere veramente con questo mestiere e l’informazione in generale.
La colpa di questo non è solo dei fotografi “non professionisti” o preferisco chiamarli “non professionali” ma anche delle riviste, dei giornali che pur di risparmiare pubblicano qualsiasi cosa gli arrivi, purché gratis, spesso con scarsa qualità e soprattutto scarsa informazione corretta.
 
La soddisfazione maggiore degli ultimi anni?
Sono state tante, dai diversi premi ricevuti, dalle pubblicazioni delle mie foto su riviste nazionali e internazionali, dalle mostre all’estero, non da meno questa mostra così importante finalmente a casa mia, cosa che mi è stata “preclusa” per diversi anni.
Ma la soddisfazione maggiore rimane sempre il fatto che il proprio lavoro abbia una utilità, faccia conoscere alle persone determinate realtà e a volte capiti di poterle cambiare e migliorare. Questo alla fine è lo scopo del mio lavoro, informare e cercare di cambiare le cose.
 
Parliamo un po' di tecnica fotografica.
Penso a Living Toxic, uno dei tuoi ultimi progetti: usi sia il bianco e nero che la fotografia a colori, ma la scelta rimane costante all’interno dello stesso capitolo: la scelta è a priori, di principio?
La scelta del colore o del bianco e nero di solito la faccio nel momento in cui arrivo sul “campo” lì mi rendo conto quanto è importante il colore per raccontare la storia o quanto può essere un elemento “distraente” e quindi decido da subito come sarà la storia, se a colori o bianco e nero.
 
Con che attrezzatura lavori?
Attualmente quando sono in giro lavoro con attrezzatura ridotta al minimo: un corpo macchina Nikon D800 e un obiettivo Nikon 24-70 2.8D. non mi serve altro in genere.
 
Fotografi di riferimento?
Molti, dal mio grande maestro Walter Rosenblum ai grandi fotografi che mi hanno ispirato, Sebastiao Salgado, James Nachtwey, Paolo Pellegrin solo per citarne alcuni
 
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Il sito web di Pierpaolo Mittica    |    Il sito della mostra
 
Informazioni sulla mostra: “PIERPAOLO MITTICA. ASHES / CENERI. Racconti di un fotoreporter” resterà aperta fino all’11 gennzio 2015 presso la galleria Galleria Harry Bertoia di Pordenone, in Corso Vittorio Emanuele II, 60.
Gli orari: dal martedi' al sabato 15.30 - 19.30, domenica 10.00 -13.00 e 15.30 - 19.30. Chiuso i lunedì, 1 novembre, 25 dicembre e 1 gennaio. Ingresso 3 euro.
 
Note biografiche: Mittica viene definito come “fotografo umanista”, dove l’aggettivo si presta a interpretazioni affatto diverse. E’ pordenonese (qui è nato nel 1971) e qui, al CRAF ha ricevuto la sua preparazione scolastica proseguita con docenti come Charles - Henri Favrod, Naomi Rosenblum e Walter Rosenblum, che egli considera il suo mentore. Ma egli è ormai cittadino del mondo. Le sue fotografie sono state esposte in Europa, negli Stati Uniti e nel 2011 alla Biennale di Venezia; pubblicate da quotidiani e riviste italiani e stranieri, tra cui l’Espresso, Alias del Manifesto, Vogue Italia, Repubblica, Panorama, il Sole 24 ore, Photomagazine, Daylight Magazine, Japan Days International, Asahi Shinbum, The Telegraph, The Guardian. La mostra Chernobyl l’eredità nascosta è stata scelta nel 2006 dal Chernobyl National Museum di Kiev in Ucraina come mostra ufficiale per il ventennale del disastro di Chernobyl.

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